14) Kant. I postulati della ragion pratica.

In questa lettura Kant ci presenta la dottrina dei postulati della
ragione pratica (cio l'immortalit, la libert e l'esistenza di
Dio), che non hanno valore gnoseologico, ma che nessuna sofistica
potr mai strappare dalla persuasione che essi siano concetti
veri.
I. Kant, Critica della ragion pratica, capitoli terzo, sesto
(pagine 378-380).

Essi partono tutti dal principio fondamentale della moralit, che
non  un postulato, ma una legge, mediante la quale la ragione
determina mediatamente la volont. E la volont, appunto perch
essa  cos determinata, come volont pura esige queste condizioni
necessarie dell'osservanza del suo precetto. Questi postulati non
sono dogmi teoretici, ma presupposti di intento necessariamente
pratico, non ampliano dunque la conoscenza speculativa, ma
attribuiscono realt oggettiva alle idee della ragione speculativa
in genere (mediante la loro relazione alla prassi) e le
giustificano quali concetti, di cui essa altrimenti non si
potrebbe permettere di sostenere anche solo la possibilit.
Questi postulati sono quelli dell'immortalit, della libert,
considerata in senso positivo (come la causalit propria di
un'essenza in quanto questa appartiene al mondo intelligibile) e
dell'esistenza di Dio. Il primo deriva dalla condizione
praticamente necessaria, di una durata in proporzione della
compiutezza dell'adempimento della legge morale; il secondo dal
necessario presupposto dell'indipendenza dal mondo sensibile e
dalla facolt di determinazione del proprio volere, secondo la
legge di un mondo intelligibile, cio quella della libert; la
terza dalla necessit della condizione per un tal mondo
intelligibile, perch sia il sommo Bene, mediante il presupposto
del sommo Bene indipendente, cio dell'esistenza di Dio.
L'intento necessario verso il Sommo Bene mediante il rispetto per
la legge morale e il presupposto, che ne deriva, della realt
oggettiva di quello, guida pertanto, mediante postulati della
ragion pratica, a concetti, che la ragione speculativa poteva
presentare come problemi, ma non risolvere. E dunque: 1) a quello,
nel cercare la cui soluzione (cio del concetto dell'immortalit)
quest'ultima non poteva altro che formulare paralogismi, perch le
mancava la nota logica della permanenza per integrare in
rappresentazione reale di una sostanza il concetto psicologico di
un soggetto ultimo, che necessariamente viene attribuito all'anima
nell'autocoscienza; dato che la ragion pratica vi riesce mediante
il postulato di una durata indispensabile per la conformit alla
legge morale nel sommo Bene, come fine totale della ragion
pratica. 2) Essa guida al concetto, di cui la ragione speculativa
non contiene che l'antinomia, - della quale essa poteva fondare la
soluzione soltanto su un concetto pensabile s problematicamente
ma quanto alla sua realt oggettiva non dimostrabile n
determinabile da parte sua, cio l'idea cosmologica di un mondo
intelligibile e la coscienza della nostra esistenza in esso, -
mediante il postulato della libert (la cui realt essa dimostra
mediante la legge morale, e con essa cos la legge di un mondo
intelligibile, a cui la ragione speculativa poteva solo accennare
ma senza determinarne il concetto). 3) Essa conferisce a ci che
la ragione speculativa doveva pur pensare ma lasciare
indeterminato come puro ideale trascendentale, cio al concetto
teologico dell'Essenza originaria, un significato (in senso
pratico, cio come condizione della possibilit dell'oggetto di
una volont determinata mediante quella legge), quale del
principio Supremo del sommo Bene in un mondo intelligibile,
mediante una legislazione morale in esso dominante.
Ora, viene per in tal modo effettivamente ampliata la nostra
conoscenza mediante la ragion pura pratica, ed  immanente in
questa ci che per la speculativa era trascendente? Certamente, ma
solo nell'aspetto pratico. Perch noi per tal via non conosciamo,
invero, n la natura della nostra anima, n il mondo
intelligibile, n l'essenza suprema, quanto a ci che essi sono in
s stessi; bens ne abbiamo solo riuniti i concetti del concetto
pratico del Sommo Bene, come l'oggetto della nostra volont, e del
tutto a priori, mediante la ragion pura, per soltanto per mezzo
della legge morale, e anche semplicemente in relazione a questa,
in rapporto all'oggetto che essa impone. Ma come sia possibile
anche soltanto la libert, e come questa specie di causalit sia
da rappresentarsi teoreticamente e positivamente, per tal via non
si intravede, bens soltanto viene postulato mediante la legge
morale, e in rapporto a questa, che ve ne sia una. Cos  anche
per le altre idee, della cui possibilit nessun intelletto umano
riuscir mai a trovare il fondamento, ma per le quali nessuna
sofistica potr mai strappare dalla persuasione, anche dell'uomo
pi comune, che esse siano concetti veri.
Grande Antologia Filosofica, Marzorati, Milano, 1971, volume
diciassettesimo, pagine 309-310.
